In ricordo di Massimo Capaccioli
Con profondo cordoglio la SAIt ricorda la scomparsa del Professor Massimo Capaccioli, avvenuta il 25 maggio 2026, eletto consigliere nel CD della SAIt dal 1987 al 1990, e successivamente Presidente SAIt dal 1990 al 2001.
Originario della provincia di Grosseto, si laureò in Fisica all’Università di Padova nel 1969, iniziando immediatamente la carriera accademica come assistente e poi professore di meccanica celeste. Nel 1986 divenne astronomo ordinario presso l’Osservatorio di Padova e nel 1989 professore ordinario di astronomia all’Università di Padova. Nel 1993 fu nominato Direttore dell’Osservatorio Astronomico di Capodimonte a Napoli, e nel 1995 trasferì la cattedra all’Università Federico II di Napoli, dove rimase sino al pensionamento nel novembre del 2014, diventandone poi professore emerito.
Di seguito un ricordo di Massimo Della Valle.
Massimo Capaccioli probabilmente si sarebbe divertito molto all’idea di essere ricordato come una sorta di Santissima Trinità laica dell’astronomia italiana: scienziato, professore e divulgatore. E sono sicuro che, di suo, avrebbe aggiunto, con una delle sue improvvise battute teatrali, una quarta figura: il Direttore. In effetti separare queste dimensioni è impossibile, perché in lui convivevano continuamente e si alimentavano a vicenda. Chi lo incontrava in aula ritrovava il conferenziere brillante; chi lo ascoltava in una conferenza pubblica percepiva il professore; chi lavorava con lui in Osservatorio scopriva insieme lo scienziato e il direttore; chi lo seguiva nell’Auditorium di Capodimonte incontrava l’uomo di spettacolo.
Per chi, come me, lo ha avuto come relatore, insieme a Leonida Rosino, della tesi di dottorato, resterà soprattutto il ricordo di un maestro di Astronomia. Il mio lavoro riguardava le novae extragalattiche, un settore che non apparteneva direttamente al cuore dei suoi interessi scientifici. Eppure proprio questo, col tempo, mi fece capire quanto fosse stato prezioso il suo insegnamento. Capaccioli non era il relatore che si perdeva nei dettagli tecnici, ma insegnava qualcosa di più importante e duraturo: il mestiere dello scienziato. Il rigore nell’organizzazione del lavoro, l’ordine nella presentazione dei dati, la chiarezza nella scrittura scientifica e nella comunicazione dei risultati. Nella lettera di presentazione per il dottorato, che ancora oggi conservo, scrisse di me: “dotato di una garbata indipendenza intellettuale”. Col senno di poi, e ripensando alla sua ironia tipicamente toscana, non sono mai stato completamente certo che fosse soltanto un complimento. In fondo Massimo aveva questo talento raro: riusciva a incoraggiare e insieme a spiazzare, spesso nella stessa frase. Molti dei ricordi raccolti da amici e colleghi in queste ore insistono sul suo straordinario talento come insegnante e comunicatore. Non sorprende. Capaccioli possedeva la capacità rara, di rendere semplici concetti difficili senza mai banalizzarli. Aveva il dono di trasmettere entusiasmo e curiosità intellettuale.
È stato anche uno scienziato di primo piano. Tra i suoi contributi storici va ricordato il lavoro sulla dinamica delle galassie ellittiche, realizzato con Francesco Bertola negli anni Settanta. Bertola e Capaccioli mostrarono che anche le galassie ellittiche ruotano, ma con un momento angolare molto inferiore rispetto alle spirali di massa comparabile. Questo risultato suggeriva che le galassie ellittiche non fossero semplicemente “Spirali senza gas”, ma sistemi dinamicamente molto diversi, dominati dalla dispersione delle velocità stellari piuttosto che dalla rotazione ordinata delle stelle. Quel lavoro è ancor oggi considerato pionieristico sia dal punto di vista osservativo, per l’utilizzo del telescopio di 5 metri di Palomar, sia dal punto di vista teorico, perché aprì la strada agli studi moderni sulla formazione e l’evoluzione delle galassie early-type. Di grande impatto fu anche il lavoro sulle novae in M31, che trasformò quel settore di ricerca da semplice raccolta di scoperte occasionali in una vera analisi quantitativa delle popolazioni di novae extragalattiche: un lavoro ininterrottamente citato da quasi 40 anni. I suoi interessi scientifici attraversarono però molti ambiti dell’astrofisica osservativa: dalla dinamica e dall’evoluzione dei sistemi stellari alla cosmologia osservativa, dall’abbondanza cosmica della materia oscura alla scala delle distanze cosmiche. Per oltre vent’anni collaborò con Gérard de Vaucouleurs professore all’Università del Texas di Austin, contribuendo a consolidare il legame tra la scuola astronomica italiana e una delle grandi tradizioni internazionali dell’astronomia extragalattica. Dopo il pensionamento nel 2014, celebrato con un congresso in suo onore all’Osservatorio di Capodimonte, continuò a lavorare su temi centrali dell’astrofisica contemporanea, come i rates di Supernovae, l’evoluzione delle galassie e l’astronomia multimessaggera, partecipando anche agli studi legati a GW170817, il primo evento di onde gravitazionali associato a una controparte elettromagnetica osservata.
Accanto allo scienziato c’era poi il divulgatore. Capaccioli possedeva la rara capacità di raccontare la scienza in modo rigoroso e insieme divertente. Giornalista pubblicista, autore di centinaia di articoli e di numerosi libri, si interessò anche di storia della scienza. Molti ricordano volumi come Mille1Notte, Luna Rossa o Lampi di genio, nei quali la storia dell’astronomia diventava racconto umano e culturale prima ancora che scientifico. Solo pochi giorni fa avevo recensito su Media INAF il suo ultimo volume, scritto insieme ad Antonino Del Popolo, “Grattacapi per geni”, un viaggio brillante nella storia della fisica e dell’astrofisica attraverso i grandi paradossi scientifici. Anche la sua voce baritonale contribuiva a quella teatralità che lo accompagnava naturalmente. Chi era presente a Catania ricorda ancora il celebre duetto improvvisato con Francesca Matteucci sulle note del Don Giovanni di Mozart.
Da molti è stato anche ricordato come il Direttore che trasformò profondamente l’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, guidandone la crescita scientifica e internazionale tra gli anni Novanta e Duemila. Sotto la sua direzione Capodimonte cambiò dimensione e ambizione, aprendosi stabilmente alle grandi collaborazioni internazionali e rafforzando il proprio ruolo nella moderna astronomia osservativa. È naturale che, in momenti come questo, emerga il ricordo delle qualità migliori di una persona e il segno che ha lasciato nella comunità scientifica e umana che l’ha conosciuta. Ciò non toglie che personalità forti e complesse come quella di Massimo abbiano potuto generare, nel corso degli anni, contrasti talvolta vivaci (per usare un eufemismo), incomprensioni e decisioni che non tutti hanno condiviso. Centrale fu la lunga e tribolata avventura del VST, il VLT Survey Telescope. Concepito e promosso da Capaccioli, mentre era direttore a Capodimonte, in collaborazione con ESO, il progetto attraversò anni difficili, fatti di negoziazioni, problemi tecnici e ostacoli imprevisti. Alla fine portò alla realizzazione di un telescopio a grande campo operativo dal 2011 sul Cerro Paranal, in Cile. Il VST fu probabilmente il suo maggiore motivo di orgoglio scientifico e, insieme, anche in qualche misura il suo cruccio. Più volte, durante i nostri incontri al VSTCen (il centro VST situato sotto l’edificio monumentale dell’Osservatorio) lui come membro del CdA dell’INAF e io come direttore dell’Osservatorio di Capodimonte, mi mostrava con orgoglio la fotografia del VST appesa nel suo ufficio, sulla stessa montagna che ospita i quattro “giganti” del VLT. Ma subito dopo emergeva anche il suo rammarico: era convinto, non senza ragione, che, se il telescopio avesse visto la prima luce nei tempi inizialmente previsti, il suo impatto sulla ricerca astrofisica internazionale sarebbe stato ancora maggiore, consentendo al VST di inserirsi da protagonista in una stagione particolarmente favorevole per le survey astronomiche e la ricerca dei “Transienti”.
Fu anche Presidente della Società Astronomica Italiana per più di un decennio, dal 1993 al 2005, anni cruciali per l’astronomia italiana. Durante la sua presidenza, la SAIt consolidò il proprio ruolo nella promozione dell’Astronomia, nella formazione dei giovani e più in generale nella diffusione della cultura scientifica. Angela Misiano, anima del Planetario di Reggio Calabria e autentica memoria storica della Società Astronomica Italiana, ricorda come Capaccioli fosse « un uomo di scienza sempre attento anche agli aspetti organizzativi e alle risorse necessarie per sostenere le attività della Società. Fu infatti sotto la sua guida che la SAIt riuscì a diventare destinataria dei fondi dell’8 per mille, un risultato che contribuì in modo significativo a rafforzarne le iniziative culturali e formative.» La formazione e la dimensione internazionale dell’astronomia erano temi ai quali teneva particolarmente. «Massimo guardava con grande attenzione ai Paesi del Mediterraneo», osserva ancora Angela Misiano. Un ricordo condiviso anche da Federico Ferrini, allora consigliere della SAIt. «Fu durante una cena a Napoli che nacque l’idea di costruire una collaborazione astronomica con i Paesi del Nord Africa», racconta Ferrini. Da quella intuizione presero forma diverse iniziative, tra cui la traduzione in lingua araba del Giornale di Astronomia, missioni in Marocco per valutare la possibilità di realizzare un osservatorio sull’Atlante e la partecipazione alla fondazione della Società Astronomica Araba ad Amman, alla quale Ferrini, Capaccioli e Salvatore Serio furono gli unici rappresentanti non arabi invitati. «Ne abbiamo combinate parecchie insieme», ricorda oggi con affetto Ferrini, «e quelle esperienze consolidarono un’amicizia che è durata per decenni».
Sempre nel campo della formazione, Capaccioli raccolse e sviluppò un progetto che la SAIt aveva avviato sotto la presidenza di Vittorio Castellani: la Scuola di Astronomia. La prima edizione si svolse nel 1990 a Vulcano, nelle Isole Eolie. Negli anni successivi la scuola mantenne un carattere itinerante, finché Capaccioli propose all’arcivescovo di Locri, Giancarlo Maria Bregantini, di ospitarla presso il seminario di Gerace. «Massimo era convinto che la formazione dovesse avere anche un luogo simbolico di riferimento», ricorda Angela Misiano, «purtroppo dopo un iniziale entusiasmo quella soluzione non ebbe seguito, ma il sindaco di Stilo, il dottor Scarfone, offrì ospitalità alla Scuola nella cittadina calabrese. Da quel momento la Scuola cessò di essere itinerante e trovò una sede stabile a partire dal 1995, per poi trasferirsi negli anni successivi a Riace, dove continua ancora oggi a rappresentare uno dei più longevi e significativi appuntamenti formativi per l’insegnamento dell’astronomia nelle scuole.»
La sua presidenza coincise con una fase di forte trasformazione dell’astrofisica italiana, culminata poi nella nascita dell’INAF. Parlando più volte con lui negli anni successivi, ebbi però sempre l’impressione che quella trasformazione, vissuta da un direttore formatosi nella tradizione degli antichi Osservatori Astronomici, non l’avesse mai davvero gradita fino in fondo. Fu anche presidente della Società Nazionale di Scienze, Lettere e Arti di Napoli e membro di numerose accademie e istituzioni scientifiche nazionali e internazionali, tra cui l’Accademia Pontaniana, l’Academia Europea e l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, ricevendo inoltre nel corso della sua carriera numerosi riconoscimenti accademici, tra cui diverse lauree honoris causa conferitegli da università italiane e straniere.
A me piace ricordarlo soprattutto come lo ha definito il collega Enrico Cascone qualche giorno fa: “spiazzante”. Nel 1987, mentre stavo completando il mio dottorato e lavoravo nel suo ufficio a Padova, entrò improvvisamente e con tono perentorio mi disse: “Della Valle, se Lei non se ne fosse ancora accorto, io sono meglio di Fausto Coppi”. Poi uscì quasi subito, lasciandomi completamente interdetto. A ripensarci oggi, dopo tutti questi anni, devo ammettere di non essere mai riuscito a capire davvero cosa intendesse dirmi. In realtà credo che quella battuta racconti Massimo meglio di molte descrizioni più serie e articolate. Aveva la capacità tutta sua di indossare una specie di ironica arroganza teatrale, fatta di uscite improvvise, volutamente sproporzionate, che sembravano sfidare chi aveva davanti, ma che in fondo prendevano di mira anzitutto sé stesso. Era il suo modo di occupare la scena, di spiazzare gli interlocutori, di sottrarre la conversazione alla prevedibilità. Eppure, dietro quella recita, affioravano sempre intelligenza, cultura, garbo e autoironia. Forse è anche per questo che molte sue frasi sembravano destinate a restare sospese: a metà strada tra provocazione, paradosso e un piccolo, deliberato mistero.
Massimo Della Valle

